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Musica e Olocausto, nel Giorno della Memoria


“Tutti devono sapere o ricordare”

27 gennaio 1945, l’Armata Rossa libera il campo di concentramento di Auschwitz, rivelando al mondo intero l’orrore del genocidio nazifascista, che tra gli anni 1933 e 1945 sterminò milioni di persone, senza distinzione di sesso e di età: persone ritenute dalla Germania nazista e dai suoi alleati europei, inferiori per ragioni politiche e di razza.
I campi di concentramento erano il luogo in cui l’essere umano veniva spogliato di ogni identità: “via i vestiti, via i capelli, via ogni effetto personale, via perfino il nome, sostituito da un numero tatuato sul braccio; i prigionieri erano ridotti a fantasmi, nemmeno più umani” (Primo Levi, Se questo è un uomo).

Ma l’ideologia nazifascista di quegli anni, permea l’intera società, ponendo limiti e censure a ogni forma di espressione, dalla letteratura, al teatro e alla musica. Tutto ciò che non rappresenta il regime finisce al rogo e gli artisti sono deportati o costretti a espatriare.
La censura musicale, non è solo diretta verso i canti di lotta e di rivolta contro il potere, ma coinvolge anche tutta quella produzione che è ritenuta espressione di culture inferiori e minaccia la “purezza” della razza ariana.
Nasce così l’idea malata dell’arte degenerata, che coinvolge anche la musica, mettendo al bando tutte quelle forme artistiche contemporanee, con l’intento di conservare la purezza della propria tradizione culturale.
Vengono messi al bando compositori ebrei come Felix Mendelssohn e Gustav Mahler, mentre altri vanno in esilio come, Arnold Schönberg, Kurt Weill, Paul Hindemith, oppure finiscono nei campi di concentramento come, Viktor Ullmann o Erwin Schulhoff.

Il Jazz, in particolare, è per i nazifascisti l’esempio più emblematico di “musica degenerata”. In Italia, nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, viene definito “musica negroide” o “musica afro-demo-pluto-giudo-masso-epilettoide”. Una musica inaccettabile perché ascoltarla significava mettere in discussione la supremazia della Patria, come viene ben descritto in un articolo de Il Popolo d’Italia: “È nefando e ingiurioso per la tradizione, e quindi per la stirpe, riportare in soffitta violini, mandolini e chitarre per dare fiato ai sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda! È stupido, è ridicolo, è antifascista andare in solluchero per le danze ombelicali di una mulatta o accorrere come babbei a ogni americanata d’oltre oceano!”.
Il nazifascismo, insomma, considera il Jazz una delle “armi giudaiche più forti e più sicure”, costringe alla chiusura tutti quei locali dove si può ballare e proibisce la diffusione della musica americana.

Gianni Borgna nella Storia della canzone italiana, rileva come le tematiche preponderanti delle canzoni fasciste erano la politica, la campagna e la guerra. Inni come Balilla!, Canto delle donne fasciste e Giovinezza, erano funzionali ad assoggettare il popolo al regime, mentre canzoni come Reginella campagnola, Amor di pastorello o Fiorin fiorello esaltavano la vita bucolica e il lavoro nelle campagne; le canzoni di guerra come Sul lago Tana, Africanina, Ti saluto, vado in Abissinia e la famosa Faccetta nera, invece, dovevano esaltare la fierezza e la forza dell’esercito italiano, nella conquista e nella civilizzazione di popoli “selvaggi”.

Nel 1939 venne redatto il Regio decreto legge 2 febbraio 1939, n. 467 che titolava Riordinamento della Discoteca di Stato e istituzione di una particolare censura dei nuovi testi originali da incidere sui dischi, nel quale l’articolo 12 recitava:
Tutti i nuovi testi originali da incidere su dischi debbono essere preventivamente approvati. Pertanto ogni editore fonografico e fotomeccanico italiano o straniero che eserciti tale attività nel Regno rimetterà al prefetto, nella cui circoscrizione risiede, il testo che vuole incidere, in duplice copia, una delle quali gli verrà restituita munita del nulla osta per l’incisione. I Prefetti daranno immediata notizia dei nulla osta concessi al Ministero della cultura popolare. Contro i provvedimenti del Prefetto è ammesso ricorso nel termine di trenta giorni, al Ministro per la cultura popolare che decide in via definitiva sentito quello per l’interno”.

Le canzoni che vennero proibite dal regime fascista furono molte e le ragioni sono legate al tentativo di censurare tutte quelle composizioni che in qualche maniera potevano togliere le illusioni sul buon operato del regime, oppure contenere dei doppi sensi che potevano denigrare o mettere in ridicolo il regime e i suoi rappresentanti. A esempio: Maramao perché sei morto cantata dal Trio Lescano, è censurata perché si ritiene voglia deridere Costanzo Ciano, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni; in Crapa Pelada, un fox trot scritto da Gorni Kramer e Giovanni Giacobetti si ritiene di individuare dei sottintesi contro Mussolini; in Pippo non lo sa, una sorta di filastrocca dai versi apparentemente privi di significato, la censura fascista vede la possibilità di un messaggio contro un gerarca, Achille Starace, capo di stato maggiore della milizia, che spesso sfila mostrando con orgoglio la sua divisa nera. È curioso rilevare come, nella maggioranza dei casi, la censura fascista attacca canzoni in cui non è l’autore del testo a inserire doppi sensi, ma bensì l’ascoltatore a trovarli. Nella musica, il controllo spesso sfocia in paranoia e anche quello che è innocuo finisce per essere censurato. Se questi regimi non fossero stati abbattuti, molta della musica che oggi ascoltiamo e amiamo non sarebbe mai stata scritta, o forse, certi generi come il blues, il Pop, il Rock, il Metal, ecc. sarebbero relegati in ambiti di clandestinità e, pubblicamente, canteremmo insieme ancora “Fiorin Fiorello”…

“Tutti devono sapere o ricordare”. Dobbiamo fare attenzione, perché il germe nazifascista potrebbe rispuntare ovunque, dove meno ce l’aspettiamo. Il controllo e la censura di questi regimi sulla società e sui cittadini è capillare: l’individuo viene indottrinato fin dai primi anni di scuola per meglio accettare da adulto l’infallibilità e le certezze del potere costituito. Ricordiamocelo, l’educazione e il controllo assoluto di ogni media, come radio, Tv, internet, ecc., permette di privare i cittadini di ogni capacità critica, e chi ce l’ha rischia fortemente di essere soppresso.

Fonte: La censura musicale durante il periodo fascista di Nicolò Vitturi; Se questo è un uomo di Primo Levi; Wikipedia

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