Storie di Donne

Storie di donne #2: Billie Holiday


“L’amore vi farà fare le cose che sapete sono sbagliate”

In questo viaggio alla scoperta delle grandi voci femminili è mia intenzione affrontare ogni volta un genere musicale diverso, cercando di approfondire la vita, gli amori e le opere di grandi artiste, che oltre ad averci regalato profonde emozioni, hanno cambiato il modo di fare e di ascoltare la musica, indipendentemente dall’epoca in cui hanno vissuto.
Come il cibo nutre il nostro corpo, la musica nutre la nostra anima; scegliere come e con che cosa nutrirsi rimane, comunque, una nostra scelta.
La domanda è: siamo veramente liberi di scegliere?
Sono fortemente convinta che solo attraverso la conoscenza possiamo considerarci liberi di scegliere, ed è mia intenzione darvi il maggior numero di informazioni per poterlo fare. Per questo, dopo che nel numero scorso ci siamo tuffati nel rock e negli anni Settanta, ripercorrendo la vita dell’indomabile Janis Joplin, ho scelto di tornare agli inizi del Novecento, per presentarvi un’altra artista di incredibile talento, unica e ineguagliabile: Billie Holiday, la signora del Jazz.

Love Will Make You do Things You Know is Wrong (L’amore vi farà fare le cose che sapete sono sbagliate), è una frase che troviamo nella canzone Fine and Mellow, scritta proprio da lei: quanta verità in una piccola frase!

Billie era una donna fragile, complessa e vulnerabile e la sua vita fu fin dall’inizio una serie di alti e bassi, di trionfi seguiti da disastri. Ma era anche una donna fiera della propria negritudine, sempre pronta a scagliarsi contro l’odio e l’ipocrisia dell’America bianca, razzista e bigotta di quei tempi.
A questo proposito, penso a una sua celebre canzone, Strange Fruit (canzone simbolo contro il razzismo, che descrive il linciaggio e la barbara uccisione di due uomini di pelle nera immortalati in una celebre fotografia di Lawrence Beitler nel 1930). Strange Fruit è una canzone che guarda all’ignoranza e alla crudeltà dell’uomo per risvegliare in esso i valori di fratellanza, uguaglianza e… amore. Questa canzone, che vi invito ad andare ad ascoltare, vive ancora in tutta la sua attualità in un contesto, in cui la solidarietà e la tolleranza, sembrano principi ormai perduti anche nel nostro Paese.

Nata a Baltimora, nel 1915 con il nome di Eleanor Fagan Gough, sceglierà in seguito di abbandonare il suo nome, adottando quello di Billie in onore di una stella del cinema per cui nutriva una grande ammirazione, Billie Dove.
La sua infanzia sarà dolorosa e molto travagliata, crescerà sola e con notevoli problemi caratteriali.
Era appena una bambina quando iniziò a guadagnarsi qualche soldo pulendo le case del quartiere in cui viveva, trovando poi lavoro stabile, sempre come domestica, in un bordello locale.
Eleanor era felice di questo nuovo impiego, specialmente perché le era consentito sedersi nel lussuoso salotto privato ad ascoltare i dischi sul fonografo. Il padre, Clarence Holiday, era un musicista e sebbene non avessero mai vissuto insieme, le aveva trasmesso una grande passione per la musica che, seppur ancora molto piccola, le fece adorare l’ascolto dei grandi miti del jazz, ricevendo da artisti come Bessie Smith e Louis Armstrong, una grande fonte d’ispirazione iniziale. Ma la felicità durò ben poco.
Un giorno fu attirata in un’altra casa, o per meglio dire in un altro bordello della zona, da un vicino che le usò violenza. Eleanor aveva solo dieci anni e fu accusata di avere sedotto il violentatore. L’uomo fu condannato alla prigione e lei venne rinchiusa in un istituto di correzione gestito da suore cattoliche.
La madre, una domestica analfabeta di nome Sadie, ottenne il suo rilascio grazie all’aiuto di un datore di lavoro bianco che le era amico, affidandola incautamente alle cure di una delle più conosciute tenutarie di Harlem. Billie, abituata alla routine di un bordello, rimase comunque affascinata dai magnifici vestiti che le ragazze indossavano. Tutte le comodità e le agiatezze di quella casa la fecero diventare ben presto una squillo da “venti dollari”, fino a quando un cliente scontento la fece arrestare. Dichiarata colpevole di prostituzione, scontò quattro interminabili mesi nella prigione di Welfare Island a New York.
Poco dopo il suo rilascio, visse per qualche tempo servendo ai tavoli in una casa da gioco e proprio in quel periodo avvenne qualcosa di straordinario: Billie aveva cominciato a cantare in pubblico.
Si era presentata come ballerina al Pod’s & Jerry, un noto locale gestito da Jerry Preston e dopo la sua esibizione fu quasi cacciata via. Lei, indomita, prima di uscire dal locale chiese al gestore di poter cantare. Al suono della sua voce, i clienti che se ne stavano svogliatamente seduti, si rianimarono e ne rimasero incantati.
Inizia così la carriera della giovanissima Billie Holiday, che in poco tempo riuscì a conquistare una certa popolarità presso la gente benestante di Park Avenue con la fortuna di essere ascoltata anche da persone influenti nel mondo del jazz. La sua notorietà fece ben presto il giro di Harlem e non ci fu locale che non la ospitò.

La sua voce dal timbro così ruvido e il modo in cui manipolava la linea melodica, il ritardo nel fraseggio, la sua sensibilità e naturalezza nell’esposizione delle parole, ne facevano un’autentica cantante jazz.
Billie è stata la prima cantante nera in un orchestra di soli uomini bianchi; un fatto che a quel tempo per il pubblico non era facile accettare. Durante la sua carriera collaborò con molti musicisti del panorama jazzistico, tra cui il sassofonista Lester Young.
Quando si conobbero fu subito un idillio, una relazione fraterna e intellettuale, nonché artistica. Lester contribuì non poco alla maturazione artistica di Billie e condivise con lei un’esistenza tragica e dolente fino alla sua morte, avvenuta il 15 marzo del 1959.

Una curiosità: nel corso del tempo, le era stato dato il soprannome di Lady per il suo rifiuto di seguire una pratica comune in molti piccoli club. Le cantanti, come anche le ballerine, dovevano alzarsi le gonne e usare le cosce per ritirare i soldi lasciati sul bordo dei tavolini, ovviamente senza mai usare le mani. In seguito fu proprio Lester Young ad aggiungere “Day” e il suo soprannome completo divenne Lady Day.

Sull’onda del successo, ormai riconosciuta come una delle voci più intense e originali della musica, negli anni Quaranta e Cinquanta si esibisce in molti locali degli Stati Uniti e nel 1946 recita nel film New Orleans con Louis Armstrong.
È proprio in questo periodo che comincia a fare uso di eroina: lo sregolato e dissoluto regime di vita a cui si sottopose, interferirà pesantemente con la sua carriera rovinando per sempre la sua preziosa voce.
A Parigi e a Milano, dopo essersi esibita, venne fischiata; la sua salute e la sua voce, oramai, non la sostenevano più e devastata dalla sofferenza e dagli abusi, morirà il 17 luglio del 1959, all’età di 44 anni.

Billie Holiday è stata, e sempre sarà, un simbolo della solitudine. Il suo canto nasce direttamente dall’anima e non si può rimanere indifferenti alla sua sensibilità e al suono della sua voce ferita.
Nella sua discografia, tra i molteplici album troviamo Lady Sings the Blues del 1956, un album prezioso e fondamentale che dà il titolo anche al film autobiografico interpretato nel 1972 dall’attrice Diana Ross e Lady in Satin. Accompagnata da un’orchestra di 40 elementi, quest’album contiene le sue ultime registrazioni effettuate nel febbraio del 1958 e costituisce una sorta di testamento artistico. È un addio non solo al mondo, ma anche a una parte di se stessa che mai avrebbe potuto rinnegare.

Prima di salutarvi, mi sento in dovere di citare una delle sue frasi più significative: “Tutti dobbiamo essere differenti. Non si può copiare un altro e nello stesso tempo pretendere di arrivare a qualcosa. Se tu copi, è perché il tuo lavoro non ha un sentimento sincero e senza sentimento nessuna delle cose che fai avrà realmente valore. Come non ci sono al mondo due persone uguali, così dev’essere anche con la musica, altrimenti non è musica.

Miei carissimi lettori, anche questa volta vi lascio con la traduzione di un brano scritto da Frank Sinatra nel 1951, I’m a Fool to Want You, interpretato splendidamente dalla straordinaria Billie Holiday.

SONO UNA PAZZA A VOLERTI | Billie Holliday

Sono una pazza a volerti
Sono una pazza a volerti
A volere un amore che non può essere vero
Un amore che è lì anche per gli altri

Sono una pazza a trattenerti
Così folle a trattenerti
A cercare un bacio che non è solo mio
A condividere un bacio che il diavolo ha conosciuto

Più e più volte ho detto che ti avrei lasciato,
Più e più volte me ne andai via,
Ma poi veniva il momento che avevo bisogno di te.
E ancora una volta devo dirti queste parole:

Sono una pazza a volerti
Pietà di me, ho bisogno di te
So che è sbagliato, deve essere sbagliato
Ma giusto o sbagliato non posso stare a lungo senza di te
Io non posso stare a lungo senza di te.

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